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La storia di google
 
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L'incredibile storia di Google e dei suoi due inventori, Larry Page e Sergey Brin.

Larry e Sergey, due studenti di Stanford con il pallino della matematica, avevano 25 anni quando nel settembre del 1998 fondarono Google.

La storia comincia, come tutte le favole di tecnologia americana, con due ragazzi che si armano di un’idea e trovano un mecenate che stacca loro un assegno perché la sviluppino. In questo caso i due ragazzi si chiamano Larry Page e Sergey Brin e la loro idea si chiama Google: oggi il più gettonato dei motori di ricerca, quei siti Internet che ci permettono di trovare tutte le pagine che parlano di un determinato argomento di nostro interesse. Non che prima del 1998 non esistessero i motori di ricerca: Larry Page ha solo inventato un meccanismo che riesce a centrare il bersaglio con molta maggior precisione rispetto ai concorrenti. La ricetta precisa è un segreto industriale: di certo il principio fondamentale è un’idea semplice e brillante, del tipo “ma com’è possibile che non ci abbia mai pensato nessuno”. Google mette nelle prime posizioni le pagine che hanno in ingresso un elevato numero di link. Spieghiamo, a vantaggio di chi è meno familiare con il web: le pagine su Internet sono collegate tra di loro in modo ipertestuale, ovvero chi scrive una pagina può collegarla a una qualsiasi altra pagina non sua. L’idea è che chi scrive, per esempio, una tesi di dottorato, può fare riferimento ad altri testi ovunque su Internet; e chi legge quella tesi può visitare i riferimenti con un solo tocco del mouse. Larry Page si è detto che una pagina che parla, putacaso, di pianoforti e che riceve collegamenti da altre mille pagine è evidentemente più autorevole di una pagina che parla di pianoforti e a cui nessun’altro si è collegato.
La società di Page e Brin si chiama Google (pronunciato “gùgol”) in uno scherzoso riferimento al termine “googol”, proposto per la prima volta nel 1940 da un matematico britannico, tale Edward Kasner, per battezzare un numero grandissimo ma finito, pari a un uno seguito da cento zeri. Google infatti si vanta di indicizzare un numero molto elevato di pagine web, certamente superiore a quello raggiunto dai suoi concorrenti: oltre tre miliardi. Edward Kasner, in un suo libro, aveva poi proposto anche il termine “googolplex” per indicare il numero (ancora più grande) che si ottiene elevando dieci alla “googolesima” potenza. Visto che in inglese il termine “complesso” ha lo stesso significato architettonico che gli spetta in italiano, quando si è trattato di costruire una sede per la loro società Page e Brin l’hanno chiamata Googleplex. Si trova, prevedibilmente, in California.
Nemici di Google sono gli ottimizzatori di siti, cioè quei professionisti del web che riescono a intuire abbastanza bene il funzionamento interno del sistema di valutazione, al punto da spingere i loro siti artificiosamente in alto nelle classifiche: il vantaggio economico è immenso, perché Google indirizza decine di milioni di consumatori ogni giorno. Per limitare i danni, i papà di Google hanno introdotto una novità che gli addetti ai lavori hanno chiamato “Google dance”: il dieci di ogni mese i parametri di classificazione delle pagine web vengono cambiati in modo da rimescolare le classifiche. Il centinaio (circa) di dipendenti della società sono anche attivamente impegnati nella risistemazione manuale delle classifiche: in altre parole modificano a mano i pesi e le valutazioni assegnate ad alcuni siti Internet dal loro sistema automatico. Così può accadere che un commerciante poco scrupoloso oggi registri un centinaio di siti web inutili, con l’unico scopo di creare al loro interno pagine web insignificanti ma che contengono link al vero sito che si intende pubblicizzare. Domani il sito web centrale del commerciante subirà certamente un benefico balzo in avanti. Dopodomani quel sito verrà relegato alle posizioni più basse delle graduatorie, non appena un programmatore di Google si renderà conto del misfatto e porrà rimedio ordinando ai suoi calcolatori di punire il furbone. Tra gli addetti ai lavori questa reazione è nota come “effetto Lewinski”. Il motivo è immaginabile: ai tempi del noto scandalo, il nome della signorina Monica L. balzò al primo posto tra i più cercati sul web e alcuni commercianti approfittatori decisero di inserirlo all’interno delle loro pagine per moltiplicare il flusso di visitatori -- magari scrivendolo in bianco su sfondo bianco di modo che non si notasse troppo a occhio nudo. Fu allora che i ragazzi di Google (e i loro concorrenti degli altri motori di ricerca) presero l’abitudine di punire l’abuso. C’è un altro motivo che può comporta la possibile radiazione dalle segnalazioni di Google, e cioè la violazione delle leggi nazionali. In Austria e Germania, per esempio, è vietata l’apologia del nazismo e Google rifiuta di segnalare i siti che ne fanno.




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